Limina somni

Quando è suonata la sveglia, stamattina, le palpebre mi sono sembrate altissime mura impenetrabili. Poi, dolorosamente, cigolando, il ponte levatoio della coscienza si è abbassato ed è cominciato l’andirivieni incontrollato della veglia. Il primo pensiero a farmi l’ambasciata mi ha ripetuto, come ieri sera, petulante, che qualcosa di essenziale mi sfugge; proprio non riesco ad acchiapparla, questa essenza. Poi sono entrate, con un gran turbinio frusciante, sontuosamente giallo-oro e rosso-rubino e vinaccia, un bel corteo di foglie del bayrischer Wald, presumibilmente di una porzione cara a Lüdwig. E ora me le ritrovo tra i piedi, mi si appiccicano alle scarpe, che già pulitissime non sono, mi si incollano alle narici per coprire questa mattina inodore col loro effluvio di sentieri remoti. Nulla ha potuto una doccia contro l’autunno bavarese; e sia. Speriamo almeno di bere in pace il caffé. Faccio per andare in cucina, nella mia cucina, e mi trovo sulla soglia della cucina della mia infanzia. Era entrata anche la zia; mi dava le spalle, seduta a capotavola. Da un lato riempiva una teglia di pasta frolla per fare la crostata, dall’altro, si perleccava vuotando una bella ciotola di mascarpone con un cucchiaio da minestra. Era quello che aveva portato un giorno, non so chi, un chilo intero, niveo, freschissimo, e lei se lo era mangiato tutto. “Ma zia! Perché accendi la luce? Sono le 6! Maledetto vizio di accender tutto a giorno appena si sveglia. Non mi rispose. Tanto erano abitudini inamovibili; sua sorella, la nonna, faceva uguale. Strano che dormisse ancora. Guardando lei e pensando alla nonna, mi parve che vi fossero secoli tra di loro. La zia era bianca e rosa, i ricci grigi ben a posto, gli occhi tondi e il naso largo di un animale testardo e mansueto; non c’era paura del tempo né della vita nei suoi gesti; dominava il suo spazio, gli dava senso e ne riceveva. Mi chinai a baciarla in fronte. Si guardò appena, compiaciuta ma sempre intenta. Mi porse un’altra ciotola, che non avevo notata prima, e un cucchiaino. ‘Pulisci’. Era quella bianca, bordata d’azzurro e un po’ sbrecciata dove faceva la sua focaccia dolce. Era sporca dell’impasto liquido e dolcissimo della torta. La ripulii per bene, finendo l’opera colle dita. Siccome avevo freddo ai piedi – quella casa era sempre stata fredda – volevo un paio di scarpe ma non ero a casa mia. Dal corridoio mi fece cenno Marzia. Era pronta per uscire, colla frangia bombata e lisciata alla perfezione. ‘Dai! Il taxi arriva. Le scarpe son giù. Ce le hai messe prima, no?’ mi disse sussurrando. E giù dove? Mi prese per mano e mi porto nell’atrio del palazzo. A destra, una cassetta della posta era mezza aperta. Dentro non so che scarpe ridicole che mia madre odiava. Marzia aspettava andassi a prenderle e le mettessi, evidentemente. Masticava una gomma, era tutta truccata e aveva una gonna corta, nera. Aveva vent’anni e dovevamo andare a ballare all’Eccentrica. Alle 6 del mattino? Non avevo neanche mangiato la crostata. Ed era senza trucco! Ebbi l’impressione di aver lasciato la porta aperta. Feci cenno a Marzia di aspettare e salii i pochi gradini che mi portavano di nuovo su. Il corridoio era buissimo. La zia aveva spento la luce? Mi voltai e a sinistra, sul muro del mio salotto, la vidi giovanissima, con un bel cappotto che io immaginavo cammello, sullo sfondo di vaghe montagne. Lo sguardo lanciato lontano, ma con modestia. Con riserbo. Ci teneva alla foto ma posare sembrava imbarazzarla. Grazie per le tue torte, zia. Diedi una rapida occhiata in giro. Marzia stava davanti a uno specchio e rideva, cercando di rimettere in piega il frangione che aveva preso la pioggia, fuori, in attesa che ci notassero per farci entrare. Io avevo i piedi coperti di foglie e la testa di nebbie. L’essenza continuava a farmo cenno da dietro la cortina. Nel bel mezzo di questi avvenimenti, mi ritrovo seduta su un treno, carozza 5 posto numero 105, inodore e insapore. Qualcosa mi sfugge per forza. Cribbio.

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